Medici africani in corsia a Pescara. Il racconto di Roger e Bibish, dal Congo in Abruzzo per un progetto di formazione

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Data: Giovedì 10 Marzo 2016 00:00

Medici africani in corsia a Pescara.

Il racconto di Roger e Bibish, dal Congo in Abruzzo

per un progetto di formazione

Quando si pensa all’Africa senza esserci mai stati, qualsiasi immagine ci venga in mente può solo sfiorare la superficie delle cose, in una realtà così complessa e difficile da comprendere fino in fondo. 

Ma quando parliamo con Roger Hamuly e Bibish Kowa Bunda, che nella vita fanno i medici nella città di Goma, Repubblica Democratica del Congo, in realtà ci accorgiamo come anche a chilometri di distanza da casa nostra, la passione e l’altruismo di un medico siano esattamente gli stessi.

Con l’unica “piccola” differenza che in Africa i medici non hanno niente, o quasi niente, non hanno gli strumenti per fare gli esami e le diagnosi, non hanno ecografi, nè macchinari per la tac, o per la risonanza magnetica e tutto il loro sapere si basa esclusivamente sull’esperienza. 

Sorride il dottor Hamuly, primario chirurgo e direttore sanitario dell’Ospedale di Goma, quando gli viene chiesto: “Ma allora i medici africani sono i più bravi del mondo?!”

«Fare il medico in Africa è diverso da tutti gli altri paesi del mondo. Ogni giorno siamo costretti a fronteggiare con fatica una situazione poverissima, e altrettanto bisognosa».

Quali sono le principali difficoltà che incontrate nel vostro lavoro quotidiano?

«In un paese come l’Africa, in cui è difficile reperire anche le semplici medicine di uso comune, la parola “urgenza” purtroppo non esiste. I nostri pazienti sono costretti a spostarsi per centinaia di chilometri prima di trovare un ospedale in grado di operarli e poi i costi delle prestazioni sanitarie sono altissimi. Parliamo di 200/300 dollari a intervento».

Ci sono anche ostacoli di tipo culturale?

«Purtroppo ancora molti, - spiega la dottoressa Kowa Bunda, primario di Ginecologia dell’Ospedale militare di Goma. Alle difficoltà logistiche, infatti, si aggiunge il bassissimo livello di cultura della popolazione locale, che quindi ignora qualsiasi forma di prevenzione. Prendiamo per esempio i bambini, nati con malformazioni congenite, che si rivolgono all’ospedale addirittura dopo anni, oppure le donne che, per mancanza di cultura o di possibilità, decidono di partorire in casa esponendosi a pericoli di ogni genere».

Parliamo di cifre. Quanti interventi si effettuano ogni mese?

«Ogni mese l’Ospedale militare di Goma - spiega la dottoressa Bibish, unica donna in un’equipe di 13 medici - effettua 60 parti, tra cesarei e ginecologici». Oltre trenta interventi al mese per il dottor Hamuly, che si occupa principalmente di ernie, malformazioni, nefroblastomi.

Arriviamo a Pescara, al lavoro a fianco della Fondazione “Ada Manes”.

Che tipo di esperienza e quali sensazioni vi riportate a casa?

«Siamo estremamente grati alla Findazione “Ada Manes” che ci ha concesso la possibilità di lavorare un mese in Italia, a Pescara, a strettissimo contatto con i medici dell’Ospedale Civile. Osservarli al lavoro in sala operatoria o seguirli nelle corsie a contatto con i pazienti. Per noi un’esperienza estremamente formativa, da cui abbiamo imparato tanto, sia dal punto di vista tecnico, che umano. Torniamo a casa con un bagaglio arricchito e pieno di speranza».

Quali sono i vostri progetti per l’immediato futuro?

«In Congo non esiste una sezione specifica della medicina dedicata alla chirurgia pediatrica. Il nostro obiettivo principale è quello di approfondire questa branca, per dare ai bambini nuove possibilità di cura e di guarigione.

Il nostro sogno per il futuro, poi, è quello di creare a Goma un ospedale pediatrico dedicato esclusivamente alla cura dei più piccoli e anche grazie al sostegno della Fondazione Manes, speriamo di riuscirci al più presto».

Conclusa l’esperienza italiana, oggi i medici Roger e Bibish hanno fatto rientro in Africa e sono tornati ad operare nelle loro strutture a Goma. Li pensiamo al lavoro tra mille difficoltà, ma con l’entusiasmo di chi non si arrende e sogna in grande.

Quando pensiamo a loro, quando pensiamo all’Africa, allora è ora di fare qualcosa per l’Africa.

 

 

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